Pubblicato da: Elena Moglio | marzo 3, 2008

Un approccio diverso al paziente neoplastico

Un approccio che comprende la cura del paziente nella sua totalità attraverso la comunicazione.
 

Nel 1978 l’oncologo O. Simonton e la moglie S. Matthews pubblicarono un piccolo libro Get Well Again.
In questo libro i due ricercatori , che si trovarono a lavorare con una casistica molto ampia di pazienti,  puntarono l’attenzione del mondo medico ufficiale sulla necessità di considerare la malattia neoplastica nei termini più globali di cura dell’individuo e non solo cura del problema fisico.
Si accorsero che stati emotivi e mentali avevano un’enorme peso non solo nella suscettibilità dell’insorgenza della malattia ma anche e soprattutto nella guarigione della malattia stessa.
Lo studio dei Simonton partì dall’osservazione che tra pazienti con uguale prognosi e uguali aspettative secondo la medicina ufficiale , alcuni , forse la maggior parte stando alle statistiche morivano, altri potevano vivere oltre le aspettative se non addirittura guarire.
Non vi era nessuna spiegazione medica o scientifica in questo diverso decorso semplicemente i pazienti che miglioravano le loro condizioni avevano una volontà di vita che non si limitava alla volontà alla paura di morire.
In loro la volontà di vita era ardore di vita che si tramutava in comportamenti congrui e responsabili con questa intenzione, paradossalmente dopo essere passati attraverso l’accettazione della morte ( e non nella sua negazione)  come una delle possibili evoluzioni. Simonton notò che questo processo passava attraverso le tecniche più disparate, che attivavano risorse che per ognuno di loro erano uniche e che in qualche modo li avviava verso il processo di guarigione.
Ma la cosa più importante che notarono è che spesso il miglioramento e la guarigione fisica coincideva con la guarigione delle loro relazioni stressanti , cioè con la risoluzione di quello stato di paralisi e limitazione in cui viveva il loro mondo emotivo prima della diagnosi.

L’importanza di curare la dimensione psicologica del paziente neoplastico.

Anche se i testi di oncologia hanno sempre parlato del lavoro dei Simonton come di un metodo non scientificamente provato , l’American Cancer Society ne raccomandava l’uso come terapia aggiuntiva.
La stessa nel 1980, e credo che da allora alcune idee abbiano cominciato a radicare, durante una conferenza prendeva in esame gli aspetti psicosociali della malattia e sancì la necessità di un’integrazione tra scienze psicologiche e oncologiche nella lotta al cancro.
Nacque così una nuova area di lavoro la psico-oncologia che occupandosi della dimensione psicologica del paziente neoplastico, ha sicuramente dimostrato soprattutto attraverso l’uso dell’ipnosi e dell’autoipnosi , un netto miglioramento della qualità di vita del paziente nel momento in cui si interviene con strategie di attivazione e sostegno della mente.

Convinzioni negative presenti nel contesto terapeutico che possono interferire con il processo di guarigione.

Il cancro nel secolo XX e ancora oggi è visto come sinonimo di terrore e sofferenza, il peggior supplizio che può capitare ad una persona senza nessun tipo di speranza di controllo o miglioramento.
Purtroppo anche nel personale medico oltre che nel paziente viene vissuta come un oscuro male che ti tradisce quando meno te lo aspetti, che ti pugnala alle spalle e che ti pone in una condizione di martirio certo ancor prima di soffrire , condizione su cui non si ha nessun controllo perché la malattia viene vissuta come qualcosa che capita, che è estraneo dal sé.
Ogni terapia è solo un palliativo che spesso si rivela inutile e che  apporta maggiori sofferenze a quelle che già si sopportano.
Mentre di fronte a qualsiasi altra patologia, per esempio quella cardiaca, grave e possibilmente mortale, il contesto terapeutico è teso a provocare una reazione della mente , prima che del corpo , stranamente questo non avviene quando la malattia si chiama cancro.
Quando si parla di cancro si rinuncia ancora e spesso ,anche se per fortuna meno spesso, ancor prima di cominciare .
Gli studi effettuati negli ultimi anni hanno dimostrato quanto questo si abbatta letteralmente sul paziente annichilendo ogni suo libero accesso alle proprie risorse interiori , in quanto il terrore provato dalla mente conscia , che registra questi messaggi come lucidamente ineluttabili, soffoca le capacità creative della mente inconscia .
E purtroppo sono molti i pazienti che muoiono di paura ancor prima che per la malattia, confermando drammaticamente statistiche e prognosi.
Proprio per queste caratteristiche in ambito medico e sociale l’essere malato di cancro comporta un annullamento dell’identità globale della persona.
Gli sforzi  di medici e paramedici sono tesi a tentare di distruggere l’elemento cancro senza tenere più in conto i sogni, le aspettative, i desideri della persona ammalata di cancro.
Tale è il potere altamente ipnotico nel quale rimane inglobata la mente conscia del paziente , persa in uno stato confusionale dove l’unico messaggio non verbale che riesce a registrare nel contesto che lo circonda è quello di essere sicuramente destinato ad una morte atroce.

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